Archivio Autore: Fosco

Una storia di drammatiche incomprensioni nella società multietnica

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Categoria Catarsi addosso

Alberto è un obeso omuncolo untuoso e piriforme sulla cinquantina, dall’aspetto sgradevole e dalla cultura modesta. Tutto questo, a volergli bene. Fortunatamente si accontenta di poco e, nel suo caso, anche il poco è troppo.

Il buon Alberto vive con la madre in un tristo casermone che pare appositamente progettato come luogo di passaggio per esistenze che non hanno niente da dire e che comunque nessuno vorrebbe ascoltare.

La madre Carmela è una calabrese over 70 che si esprime in un italiano stentato, casalinga da sempre con la pensione di reversibilità del marito morto, i cui orizzonti spaziali, sociali e culturali non si spingono oltre le colonne d’Ercole delle botteghe di quell’asfittico quartieraccio a ridosso della zona industriale, presso cui abita e fa la spesa da decenni. Il suo vocabolario è limitato a ricette, maledizioni e una serie di proverbi incomprensibili e trascorre le giornate a cucinare, lamentarsi di tutto ciò che non capisce e del fatto che il mondo sia cambiato senza chiederle il permesso.

Come quasi tutte le persone condannate dalla vita al fallimento e alla marginalità, Alberto vive in un suo piccolo mondo fatto di abitudini stanche e ripetitive ma impossibili da rifuggire. In particolare Alberto ha la passione per le puttane. Le puttane negre, nello specifico.

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Il razzismo. Quello bello!

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Categoria Catarsi addosso

E’ una gelida sera invernale.

Io e l’amico Crauto ci aggiriamo svogliatamente e improduttivamente per il centro di Firenze, sorseggiando due birre in plastica, in quel malinconico stato mentale di quando non sei uscito perché avevi voglia di uscire ma perché non avevi voglia di stare in casa.

Le strade sono quasi deserte, giacché il glaciale vento che serpeggia per i vicoli fiorentini ha contribuito ad annientare la già parca movida del lunedì sera. In piazza Santa Croce sono assenti persino gli spacciatori.

Il caso vuole che il nostro ramingo e pigro peregrinare ci conduca di fronte ad uno storico locale ormai in decadenza. In passato è stato un nome di punta nelle notti fiorentine ma oggi ciò che resta degli antichi fasti è un lercio cacatoio sito in una delle peggiori e malfrequentate vie del centro, gestito da uno staff improvvisato e quasi completamente privo di una clientela abituale, fatta eccezione per qualche spurgo sociale a scelta tra tra tossici, spacciatori, albanesi o magrebini in cerca di brighe e disagiati vari.

Normalmente lo eviteremmo come il banchino di quegli stronzi che ti chiedono la firma contro la droga, ma il fato vuole che questa sera sia evidentemente strapieno, che il resto della città sia deserto e che ciò attiri inevitabilmente la nostra curiosità.

Come ci avviciniamo all’ingresso, ci si para davanti un buttafuori: un energumeno africano di due metri che mugugna suoni gutturali. Read More »

Lunga storia triste

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Categoria Catarsi addosso

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E’ l’inizio di maggio, mi sono appena lasciato e finisco con un amico ad una festa universitaria a Firenze. Bevo come una spugna, probabilmente mi drogo pure, do di fuori di brutto, rimorchio una tipa e finisco a casa sua a scoparmela in ogni orifizio. Mi ricordo veramente poco di quella sera, per cui immagino vorrete perdonare la pochezza narrativa di queste righe introduttive.

Fatto sta che il giorno dopo mi sveglio a letto in una casa sconosciuta, con la vescica che mi scoppia e dei terribili postumi: nausea e conati, testa che rimbomba, occhi che pulsano e incrostati di cispa, visto che la sera prima non mi sono certo curato di togliermi le lenti a contatto. Me la prendo col Cristo e la sua mammina santa per quanto faccio schifo, mi alzo sui gomiti e cerco di rimettere insieme le idee, trattenendo al contempo gli infernali conati che mi assaltano.

Mi guardo intorno ancora assonnato. La stanza è un napolaio di prim’ordine: niente mensole e tutto quello che normalmente dovrebbe starci sopra (libri, dischi, ecc) è appoggiato a terra, vari scatoloni di cartone sembrano sopperire all’insufficienza del piccolo armadio e, in generale, roba rammontata ovunque. Sulla parete fa bella mostra di sè un poster di Bob Marley e l’aria è densa di uno strano indefinito fetore, come di mozziconi vecchi, cane bagnato e cassonetto al sole.

Ho un brivido. Che razza di troll può abitare questa spelonca? Read More »

Cinque uomini, un cadavere e un cazzo in mano: dramma in 4 atti

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Categoria Catarsi addosso

Era qualche anno fa. Il sottoscritto studiava all’università e tirava su due soldi facendo quello che capitava. In quel periodo lavoravo per un’impresa di pompe funebri: vestire i morti, chiuderli nella bara, portarli in chiesa e al cimitero, fingerti empatico con i parenti, assecondare le loro richieste del cazzo, che non sia mai che il morto ci resti male… quelle cose lì, insomma.

Fu una grigia e piovosa mattina di autunno che io e compari venimmo spediti ad un funerale, nella rupestre e rurale campagna a nord di Prato. L’allegra quando malaugurata armata Brancaleone era composta, oltre a me, da:

  • Pasquale: un lardoso terrone dalla non meglio precisata provenienza, stupido e ignorante come le bestie. Nonostante vivesse in Toscana da più di 30 anni, si esprimeva esclusivamente in quella inascoltabile mistura di indefinito terronide e pratese, tipica degli emigrati che non hanno mai imparato l’italiano, nè a casa loro nè qui.
  • Christian: un tossico talmente rincoglionito da cocaina e pasticche da sembrare più un handicappato mentale che un drogato. Aveva ottenuto il lavoro grazie all’intercessione di qualcuno dei servizi sociali, per la gioia dei suoi familiari, visto che quando non aveva i soldi si vendeva qualunque cosa trovasse in casa per pagarsi la droga. Di nobili natali: la madre era una vecchia mignotta locale e il padre un catanese che faceva i portafogli sul 20.
  • Leonardo: un segaligno e attempato frocione che somigliava a don Diego de la Vega con 30 anni in più. Spocchioso, supponente e con la toscanissima abitudine a non prendere nulla sul serio e a sfottere il prossima ad ogni occasione. Un mito!
  • Mbaye: un bravo ragazzo senegalese, il più serio e affidabile del gruppo, ma soverchiato dal preponderante disagio.

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Speriamo che non è schifo!

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Categoria Catarsi addosso

venerdì 1 aprile
Firenze centro
ore 22:15 circa

Io e l’amico Bercio varchiamo la soglia di un noto locale della zona, di cui siamo clienti abituali, con un ghigno satanico dipinto in volto. Dietro il banco ci attende il barman Cecco, al suo ultimo weekend di lavoro, che ci accoglie con un espressione carica di altrettanto luciferina soddisfazione.

Il locale si sta riempiendo, come consueto, oltre ai soliti habitué, della classica quota di turisti e studenti stranieri, in prevalenza americani e inglesi. In fondo, sul piccolo palco allestito per la musica live, D.M. sta barbonamente approntando ciarpame per il suo classico unplugged gradevole quanto un chiodo rugginoso piantato nel glande.

D.M., ove D. sta per un nome angloamericano e M. per un cognome italoterrone, è un obeso lercione del Massachussets in infradito che vive da diversi anni a Firenze, sbarcando il lunario con pezzenti unplugged di cover, in attesa di diventare una star.

Il grasso ominide, riunendo in sé la dabbenaggine americana e la cazzimma terronide, è uso tentare costantemente di fottere il prossimo ma, essendo  stupido come un tacchino down, finisce regolarmente col far scoprire i propri malaffari.

Per carità, non si parla di roba grave e delinquenziale, ma di atti meschini e miserabili tipo la maldicenza volta a rovinarti la piazza con qualche donna o rubarti la birra dando la colpa a qualcun altro. Il tutto corredato da un’eccessiva e ostentata cordialità, con sorrisi, strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle e un grande spreco di bro.

Fu così che questo soggetto da schiaffi sul cazzo, ottenne il prevedibile risultato di restare sulle palle un po’ a tutti quanti abbiano avuto modo di conoscerlo, compreso lo staff dei locali, i clienti, i negri che vendono carabattole per strada, i bangla con le rose e, ovviamente, noi due.

Anzi, noi tre.

Facciamo due saluti, reclamiamo il nostro posto al banco, ordiniamo due birre e, con lesto movimento da spacciatore magrebino, deponiamo un pacchetto nelle mani del trepidante Cecco. Read More »

Kopi Luwak (una storia di disagio e di merda fumante)

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Categoria Catarsi addosso

E’ uno di quei locali dove vai solo perchè proprio non puoi farne a meno, normalmente per accontentare una portatrice di vulva che vuoi scoparti.

In genere lo capisci subito dal nome, appena ti viene proposto, in che razza di indegno cacatoio pretenzioso ti toccherà pagare a caro prezzo l’insulto alla tua stessa intelligenza che ti appresti a subire col sorriso sulle labbra. Evocativi rimandi a (presunti?) ambienti lavorativi che precedentemente occupavano la struttura: “L’antica Fonderia”, “Il Bottonificio”, “La Manifattura Centrale” e altri nomi che, dietro un’immagine chic ma informale che fa arrapare gli hipster, celano oscure promesse di sodomia culturale, intellettiva e pecuniaria.

Ma la tipa ha un iPhone e un profilo su Tumblr, indossa grossi occhiali di plastica nera, un cappello fedora e talvolta (per fortuna non stasera) quelle orride Brogue coi buchini, per cui non resta che mordere il cuscino e sperare che là dietro non faccia poi così male.

Che poi, veniamo un attimo allo “chic”, che in questi ricercati concept restaurants si declina in shabby chic. Per attenerci ad una definizione ufficiale, potremmo dire che si tratta di un particolare stile di interior design dall’aspetto vissuto e dal sapore retrò, dove tutto sembra messo lì un po’ per caso ma in realtà è studiato fin nei minimi dettagli.

Ora arriviamo ad una definizione più onesta e realistica che può ragionevolmente essere economico ciarpame, spacciato per raffinato design che sapientemente simula economico ciarpame.

Il carpiato concettuale è ardito ma efficace. In poche parole arredi il tuo locale con vecchia monnezza che non stonerebbe in una topaia di Nairobi, rivolgendoti ad una raffinata clientela che non vedrà vecchia monnezza, ma un ricercato lavoro di stile che vuole sembrare vecchia monnezza.

Sì, sono scemi.

Ma pecunia non olet e io apprezzo chi si fotte brutalmente nell’ano questi sofisticati piglianculo. Non apprezzo invece chi mi trascina al loro livello, ma questo è un altro discorso. Read More »

“Noi aggrediamo il futuro!” ovvero: Il lavoro ai tempi della merda

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Categoria Catarsi addosso

Mattina: mando uno sproposito di curriculum rispondendo a random un po’ a tutti gli annunci trovati in rete.

Primo pomeriggio: DRIIIN.

“Pronto?”
“Prontobuongiornolastochiamandoinmeritoallasuacandidaturaperlannunchioche…”
“Eh?”
“Buongiorno, la sto chiamando in merito alla sua candidatura per il nostro annuncio di lavoro.”
“Ah, buongiorno.”
“Buongiornonoistiamocercandopersoneperlavorodifrontofficebackofficesegr…”
“Scusi?”
“Le dicevo che stiamo cercando persone per lavoro di front office, back office, segreteria, magazzino, gestione commerciale e varie altre posizioni. Vorremmo fissarle un colloquio conoscitivo. Potrebbe venire oggi pomeriggio alle 18:00?”
“Guardi, purtroppo oggi pomeriggio ho un impegno da cui non posso liberarmi.”
“Ok, forse trovo un buco domattina alle 9:00.”
“Sono desolato, ma…”
“Alle 10:00?”
“No, vede…”
“Alle 11:00?”
“Ok.”
“Perfetto, venga domattina con il curriculum stampato!”
“Mi scusi, ma di che azienda di tratta?”
“Masdfgarehgrf.”
“Come, scusi?”
“Mastrsrvc.”
“Abbia pazienza, ci deve essere la linea disturbata.”
“Master Service.”
“Ah, capito. E di cos…”
“Mi raccomando, domani alle 11:00 in via xxxxxx XX all’Osmannoro. E si ricordi il curriculum.”
“Certamente. Buonas…”
Clunk.

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